È un invito a essere audaci, a portare ovunque la gioia del Vangelo, a condividere cammini di comunione e di corresponsabilità, quello che l’Arcivescovo invia a tutta la diocesi con la proposta pastorale per l’anno 2026/2027. Un documento articolato che, in più di 80 pagine, ha al cuore la sinodalità, come stile e modello di una Chiesa missionaria e che già nel titolo, “Che allegria c’è? Di che godono tutti costoro?”, richiama il senso complessivo della riflessione di monsignor Delpini. Il quale, non a caso, parte nel preludio al testo dal brano dei Promessi Sposi, raccontando il tormento dell’Innominato scosso da uno scampanio festoso: ciò che, simbolicamente, è la “cifra” di comprensione della proposta. Scrive, infatti, il presule. «Il soffrire del mondo è segnato, nei nostri tempi, da impressionanti forme di violenza, da situazioni di miseria insopportabili, da diseguaglianze spaventose tra le persone e le società. Non ci basterà la compassione, la denuncia. Avremo la forza, la tenacia, l’intelligenza per contribuire a costruire la giustizia e la pace?».
Da qui l’idea di una sinodalità capace di diventare una «profezia sociale» (vedi videocontributo di monsignor Bressan), perché i cristiani «sono dappertutto e dappertutto sono testimoni di fede, di speranza e di carità», negli spazi della vita quotidiana di «una Chiesa dalle porte aperte e missionaria». E perché «la sinodalità si apprende vivendola e “facendola”, con una condizione irrinunciabile: «la cura delle relazioni», passando «dal fare per» al «fare con». Da qui i tre tratti che devono essere «recepiti e praticati in questo nostro tempo: la chiamata di tutti i battezzati alla corresponsabilità per la missione; la pratica dello stile sinodale e la pluriformità della “Chiesa dalle genti”. La definizione di “Chiesa dalle genti, missionaria e sinodale” non può restare una teoria, ma chiede di diventare “volto di Chiesa”, cioè espressione riconoscibile», sottolinea ancora Delpini, riprendendo, peraltro, uno dei fili conduttori del suo intero episcopato.
È il momento, insomma, di rendere ordinario uno stile sinodale per il quale si offrono suggerimenti e proposte concrete nella seconda parte del testo, attento a dedicare anche un’attenzione specifica alla formazione.
E, allora, non poteva mancare il riferimento alla grande vicenda millenaria della Chiesa ambrosiana, «Essere oggi la Chiesa di sant’Ambrogio, essere ambrosiani in questo terzo millennio, significa proprio vivere la profezia sociale di essere un popolo che costruisce la propria identità non tanto tracciando confini, non creando isole artificiali di normalità, utili per etichettare in modo difensivo e offensivo tutto ciò che è diverso come patologico, quanto piuttosto costruendo piazze, luoghi di incontro, di confronto e di dialogo dove crescere insieme, spazi che trasformano i tanti individui, singoli e soli, in una comunità guidata dal lo Spirito nel nome di Gesù Cristo».
